In molti Paesi del mondo, la Chiesa soffre persecuzioni violente e opposizioni tangibili che violano il rispetto e la dignità dell’uomo, e del cristiano. In Occidente, vediamo ciò che accade lontano: ci reca orrore, dolore, compassione. E pensiamo che qui sia diverso, che non vi siano persecuzioni. Invece esse ci sono, e si muovono a bassa voce, educatamente, insinuandosi nel nostro sistema perfettamente civile con l’abito del diritto, anziché al grido dei mortai con colpi di macete. Ciò non li rende meno presenti, o meno pericolosi.
In occasione della recente approvazione da parte del governo spagnolo della nuova legge sull’interruzione della gravidanza (26 febbraio 2010), forse è il caso di fermarsi a pensare per capire cosa c’è veramente dietro ad una nuova impresa politica dalle tinte esibitamente ‘laiche’. La parola chiave è depenalizzazione: la norma appena varata infatti sposta l’asse concettuale dalla tutela del nascituro al diritto della donna di interrompere una gravidanza non voluta. La regolamentazione precedente ammetteva l’aborto in poche e drammatiche circostanze, prevedendo per la trasgressione pene detentive nei confronti della donna che aveva ricorso all’interruzione fuori dai casi prescritti per legge. Ora si passa ad un concetto completamente diverso, che contempla l’aborto come pieno diritto della donna, con postille che fanno rabbrividire: mentre diviene più difficile la questione relativa all’aborto terapeutico, si fa più semplice l’operazione per tutti gli altri casi. La decisione è interamente affidata alla donna, in tutti i sensi: il padre ne è escluso, così come i genitori nel caso di minorenni, cui non è richiesto il consenso tutoriale ma solo un obbligo di informazione, che decade qualora la gravidanza fosse sospetto frutto di violenze domestiche. L’unico filtro tra la decisione della gestante e la struttura medica è la prescrizione di fornire materiali informativi alle mamme, perché di mamme a tutti gli effetti si tratta, e tre giorni di tempo per riflettere: scaduto questo tempo, nessuno può più frapporsi tra la donna e la morte del suo bambino. Come ha notato giustamente Roberto de la Cruz in un articolo riportato sul web (www.ilsussidiario.net, articolo del 23 giugno 2009), appoggiando il documento emesso a riguardo dalla Conferenza Episcopale Spagnola (CES), questi sono «esempi della solitudine a cui si vuol portare la donna incinta che dubita del valore della vita che si sta sviluppando in lei. Ed è a questo punto che si vuol portare le donne, cui verranno date informazioni riguardanti la loro decisione attraverso dei foglietti con i pro e i contro dell’aborto, come ha spiegato recentemente il ministro dell’Uguaglianza. La gravità della norma del Governo non è solo nella privazione della vita di un essere indifeso, ma anche nel fatto che isolare la donna incinta davanti a una scelta così grave, separarla da chi può mostrarle il buono, la porterà a perdere il gusto per la vita. Chi non ama la propria può dare valore a quella di suo figlio?». Con il giornalista, condividiamo l’osservazione che ciò offende tutti gli uomini dotati di ragione e che sostengono il diritto alla vita. Aggiungiamo: figuriamoci chi crede! E dove, se non qui, la Chiesa soffre? Io personalmente mi sento addolorato nel vedere come l’umanità si stia dirigendo verso un vicolo cieco, in cui la società emana regole che correggono il codice dell’esistenza cercando di mettere a tacere l’urlo della coscienza: ormai, se qualcosa nel tessuto naturale della vita non è secondo i desideri dell’uomo, l’uomo ne perverte il corso, legiferando in direzione di una ‘normalizzazione’ di ciò che normale e, aggiungerei, sano non è. Questo è un vero e proprio diritto al delitto, portato avanti contro ogni voce del cuore rappresentata da quel movimento di medici ospedalieri obiettori la cui presenza definita “massiva” è accusata di togliere la garanzia dell’assistenza pubblica alle donne (“Spagna. Movida e non solo movida”, www.blogosfere.it, post dell’8 marzo 2009, festa delle donne!) e di cui la legge vuole regolamentare l’obiezione (El Pais, 8 marzo 2009); contro ogni grido del sangue che lega una madre al figlio, sostenendo «la decisione privata della donna quale elemento giustificativo essenziale del riconoscimento attuale del diritto all’aborto» (R. de la Cruz).
Se la nascita è la cosa più naturale del mondo, cosa c’è di più innaturale di una madre che uccide il proprio figlio?
