Se prima ci siamo dedicati ad una riflessione a carattere filosofico sulle implicazioni che la legislazione sull’aborto comporta nel contesto della società occidentale, ora vogliamo stringere il campo e pensare ai risvolti umani che un aborto ha nella vita quotidiana di una donna.
Una notizia di qualche tempo fa riportava la vicenda di una ragazza dell’Agrigentino rimasta incinta di un uomo sposato che l’aveva lasciata subito dopo: la giovane, studentessa a Palermo desiderava portare a termine la gravidanza mentre i genitori volevano che la interrompesse. Simulando un aborto spontaneo e un allontanamento per ragioni di studio, la ragazza si è affidata alle suore di Niscemi per concludere il periodo di attesa e partorire il suo bimbo.
Questa storia si associa a molte altre, a prescindere dagli esiti, ma colpisce per la caparbietà con cui una madre può sentirsi legata al proprio bambino fin dai primissimi momenti della gestazione: quei primissimi momenti in cui molti negano che ci sia vita.
La curiosità ci ha spinti a interrogarci sulle conseguenze psicologiche che una I. G. V. -termine medico per indicare l’Interruzione Volontaria di Gravidanza- ha sulle donne che decidono di affrontarla. Vi invitiamo anche solo a fare un giro su internet, prima ancora di approfondire l’informazione in direzioni specialistiche: la prima verità che vi colpirà con tutta la sua evidenza è, a prescindere dalle convinzioni personali, la mole di sofferenza che una scelta simile genera per le donne. In secondo luogo, vi accorgerete che tutti i pareri specialistici concordano sul fatto che «l’aborto è un avvenimento violento che lascia i segni di una sindrome post-traumatica». Non sembra certo uno scherzo. Perché dunque mediaticamente appare come tale? Al punto che si applaude all’avvento della “pillola abortiva” come fosse la pasticca per l’eliminazione istantanea del raffreddore?
Chi, come la Chiesa, si oppone a questa tendenza, in nome del rispetto della dignità umana e dell’amore per la vita, è regolarmente messo a tacere, anche quando pone interrogativi alla coscienza che vanno oltre il credo e che abbracciano l’uomo nella sua essenza più profonda. Questa è la peggior forma di persecuzione per quanto riguarda i Cristiani in Occidente: essere ridotti al silenzio a colpi di diritto e in nome della tolleranza, dove diritto e tolleranza diventano due concetti che, invece di garantire il valore della persona, rischiano di spogliarla della sua integra, complessa umanità.
Se riuscite a trovare una risposta, una spiegazione convincente a tutto questo, per favore, provate a propormela. Io proprio non la vedo.
